L’Anima di una Missione.

L’ “anima” di una ricorrenza religiosa che è una missione per i farchiaioli.

Le “Farchie” sono uno degli eventi più suggestivi della tradizione abruzzese. Si svolgono ogni anno il 16 gennaio in onore di Sant’Antonio Abate, alla vigilia della sua festa liturgica. Ma la celebrazione in se è solo la conclusione di un percorso lungo quasi 11 mesi, dalla prima luna nuova di Febbraio passando per la raccolta dei salici fino a giungere alla realizzazione della farchia vera e propria.
Una “missione” e non una semplice ricorrenza per i farchiaioli, che sentono il bisogno e la necessità di portare a termine ogni anni questa celebrazione indipendentemente da tutto e tutti.
La narrazione che segue è il risultato della documentazione avvenuta in due sessioni differenti. Con due occhi differente:
Il primo da utente fruitore della celebrazione, con una documentazione fotografica focalizzata sull’evento del 16 Gennaio 2025, ovvero il Sant’Antonio, in cui vengono trasportate, sollevate e accese le farchie realizzate dalle diverse contrade nelle settimane precedenti, il tutto per onorare il miracolo del Santo, come spiegherò seducentemente.
Il secondo da documentarista, tramite un lavoro durato quasi due settimane sul campo, in cui mi è stata concessa la possibilità ed il privilegio di documentare, tramite immagini fotografiche e interviste videografiche, ciò che c’è dietro le farchie: Una tradizione tramandata attraverso la memoria di chi è venuto prima di noi: Padri, madri, nonni, bisnonni che nel tempo hanno tramandato la tradizione a figli, figlie e nipoti. Non il banale rispetto della tradizione religiosa, ma una “missione” autentica e profonda nel rispetto della tradizione in se e nel infondere alle generazioni future un senso di appartenenza forte ed autentico, un qualcosa che sta sparendo in un paese che fa delle tradizioni uno dei suoi migliori punti forti.


Partiamo dalla storia dietro l’evento

La tradizione è strettamente legata a un evento storico, narrato dalla leggenda popolare:

  • Il Miracolo del 1799: L’origine delle Farchie risale al 1799, durante l’invasione delle truppe francesi (periodo napoleonico) in Abruzzo. La leggenda vuole che, mentre l’esercito nemico si apprestava a invadere il paese, Sant’Antonio Abate apparve loro nelle vesti di un generale.
  • Il Muro di Fuoco: L’apparizione fu seguita da un prodigio: gli alberi e i grandi arbusti che circondavano il borgo si trasformarono improvvisamente in un’impenetrabile muraglia di fuoco e fiamme, sbarrando la strada ai soldati francesi e costringendoli alla ritirata.
  • Rito Propiziatorio: Da allora, i faresi celebrano questo miracolo accendendo le grandi Farchie, in memoria del fuoco provvidenziale che salvò il paese. La festa ha anche risonanze con antichi riti pagani del solstizio d’inverno, dove il fuoco purificatore allontana il male e propizia la rinascita del sole e l’abbondanza dei raccolti.

La Costruzione delle Farchie: ogni gesto possiede logica e dignità

Il progetto della realizzazione delle farchie inizia con largo anticipo, a partire dalla luna nuova di Febbraio e rappresenta un momento di forte coesione sociale per le diverse contrade (quartieri) del paese.
La scelta del periodo non è banale, ma ha precise logiche tramandate fin dagli albori: i farchiaioli recuperano le canne a partire dalla prima luna nuova di Febbraio, cosi da poterle mettere ad essiccare, un processo fondamentale peri il fine ultimo dell’accensione. Nei mesi seguenti avviene il taglio dei salici, i cui rami vengono usati per la realizzazione dei “legami”, ovvero gli elementi che tengono fisicamente unite le canne. Un momento ricco, a costo di essere ripetitivo, di tradizione e storia, sia la raccolta che la creazione di un legame:

La raccolta è un processo importantissimo e segreto: nessun farchiaiolo vi porterà con sé nel momento di tagliare i salici (e forse neanche nella raccolta delle canne). Ogni contrada ha la sua zona ed è un segreto tramandato all’interno della contrada. Come lo è la sequenza realizzativa di ogni singolo legame: Benché gli elementi comuni a realizzazione di un legame siano il tipo di legno, il fatto che venga riscaldato per renderlo malleabile e la tecnica realizzativa del nodo, ogni contrada ha le proprie tradizioni e tecniche, con segreti custoditi gelosamente. Piccola nota a margine: le farchie devono avere un numero di legami sempre dispari, dal primo che i appone fino all’ultimo (tendenzialmente il numero 15 o 17) che si lega.

La creazione delle farchie vere e proprie avviene tendenzialmente a ridosso dell’inizio dell’anno nuovo: ogni contrata ha la propria “sede”, attrezzata con tanto di area coperta, casetta per il ristoro e l’accoglienza, non sono dei farchiaioli e dei faresi, ma di tutti quelli che vengono ogni anno ad assistere, documentare e vivere l’evento.
Il tempo per la realizzazione di una farchia occupa diversi giorni, anzi, diverse sere, passate a scegliere le canne, preparare “l’anima”, ovvero il nucleo centrale della farchia, dove poi, mano mano, vanno inserire a ricoprire moltissime altre canne, fino ad ottenere la farchia vera e propria.
Benchè in tempi passati una farchia potesse essere tranquillamente lunga fino a 12 metri e spessa anche più di un metro e mezzo; oggi, per questioni di sicurezza e gestibili, hanno una lunghezza e larghezza stabilità e standardizzata, che “uniforma” le caratteristiche fisiche ma che non fa perdere la “sostanza personale” che ogni contrada mette nella propria farchia.

La costruzione è un rito di per sé, un’arte tramandata che richiede forza, precisione ed esperienza per garantire che la struttura sia stabile e bruci nel modo più spettacolare possibile. Ogni contrada prepara la propria farchia in un clima di sana competizione e orgoglio (e su questi punto vi racconterò qualcosa successivamente).

L’accensione: 16 Gennaio

Il pomeriggio del 16 gennaio si svolge l’evento principale:

  1. Trasporto e Innalzamento: Ogni contrada trasporta la propria Farchia in processione lungo le vie del paese, fino al Largo antistante la Chiesa di Sant’Antonio Abate. L’innalzamento (detto Alzate) è il momento di maggiore tensione e clamore: le enormi Farchie vengono sollevate a mano o con l’aiuto di mezzi meccanici e posizionate verticalmente.
  2. L’Accensione: All’imbrunire, al suono delle campane e tra le grida di gioia, le Farchie vengono incendiate, una dopo l’altra. Il momento dell’accensione trasforma la piazza in un’arena incandescente.
  3. Festa attorno al Fuoco: Quando le fiamme svettano altissime nel cielo invernale, la festa entra nel vivo. Le persone si radunano attorno al fuoco, che simboleggia unione, appartenenza e calore. Inizia una notte di festeggiamenti con balli, canti popolari abruzzesi (spesso con strumenti tradizionali come il dubbòtto), e l’immancabile distribuzione di vino e cibi tipici locali (come crespelle e cauciuni). Il fuoco arde fino all’alba.

 La Conclusione: 17 Gennaio

La mattina del 17 gennaio, la festa si conclude con l’aspetto più propriamente religioso:

  • Benedizione: Presso la chiesa di Sant’Antonio, si svolge la funzione religiosa con la benedizione del pane, del fuoco (le braci residue) e, come da tradizione del Santo eremita, la benedizione degli animali.

Molto di quello che ho appreso non penso di poterlo comunicare, e molto di quello che ho vissuto, conosciuto ed imparato sulla tradizione e la memoria delle farchie è qualcosa che non ho inserito in questo primo progetto documentaristico (spero di tanti altri) per il semplice fatto non so bene come poter rendere giustizia a un qualcosa che va necessariamente vissuto, perchè senza l’esperienza non può esserci conoscenza.
Nel mio decorso lavorativo per la realizzazione del documentario ho sentito storie, aneddoti, racconti e frasi che mi hanno lasciato di stucco, per la bellezza dell’autenticità:

  • “Me l’ha detto il santo di rubare le canne”: Una cosa davvero unica è la traduzione, fino a diversi anni fa, di “rubare le canne” del vicino (o delle contrade vicine). Quasi rito d’iniziazione per quei giovani che si apprestavano ad entrare nel circolo dei farchiaioli della propria contrada, il furto delle canne per la realizzazione della propria farchia è qualcosa di profondamente radicato, una tradizione che va oltre la competizione goliardica fra contrade, ma che in molti casi si è tradotto in necessità per portare a termine “la missione”, ovvero la realizzazione della farchia. In tanti sono finiti anche in galera pur di recuperare le canne che mancavano alla propria contrada, il tutto guidato non da una volontà di ledere l’altro, ma da un profondo senso di apparenza, di coesione, un “legame” che, al pari dei legami fisici che vengono apposti sulla farchia, si manifesta tra i faresi e i farchiaioli di ogni contrata in maniera profonda e viscerale.
  • L’ospitalità dello straniero è sacra: Una cosa che proprio non si può dire ma che anzi è un vanto, da portare a testa alta – e cosi viene fatto – è l’accoglienza che i faresi e i farchiaioli riservano agli stranieri che giungono da fuori per capire, vedere, assistere a questo evento. Un “no” non è una risposta valida se vi dovesse venir offerto da mangiare e da bere, e senza troppo pensarci, non è tanto un “se” ma un “quando” vi verrà offerto da mangiare e da bere. Non parlo di una fiera di paese, non parlo di una sagra locale. Parlo di un autentico spirito di ospitalità, puro e semplice, qualcosa che forse solo nei piccoli centri, dove il sentimento e il senso di familiarità autentico permangono, è possibile trovare.
  • Non solo uomini: Benché per secoli le farchie erano una celebrazione, per quanto concerne la realizzazione, a solo appannaggio delle donne, fortunatamente in tempi recenti le donne hanno acquisito sempre più spazio ed importanza. La loro presenza si è fatta sempre più presente e importante nel sostenere gli uomini, a partire dal semplice bicchiere di vino tra una pausa e l’altra, passando alla creazione di vere e proprie strutture dove poter organizzare cene, per i farchiaioli quanto per i visitatori, fino a giungere in tempi moderni anche alla partecipazione attiva nel creare qualche legame.
    Una transizione che dimostra come la tradizione può e deve fare spazio al progresso, non perdendo la propria autenticità ma acquisendo invece sostegno da chi, fino a tempi non sospetti, poteva solamente guardare da lontano una celebrazione per la quale voleva essere anch’essa parte centrale.
  • “Ai giovani va di lavorare”: Una delle cose davvero sorprendenti, alla luce della retorica continua che si fa nel nostro paese, è la massiccia, costante ed energica presenza dei giovani all’interno di questa celebrazione. I giovani sentono il culto di Sant’Antonio. Sentono il senso di appartenenza alla contrada, alla farcia. Sentono la volontà di mantenerla e di tramandarla come per loro l’hanno tramandata i loro padri e madri e come per loro hanno fatto i loro nonni. I giovani sono forza motrice autentica che partecipa e porterà avanti nel tempo questa tradizione. Un qualcosa che non dovrebbe stupire ma che, alla luce di quanto detto all’inizio di questo punto, sorprende in maniera ingiusta, perché loro sono la dimostrazione di come, se giustamente motivati e messi nella condizione di poter fare, i giovani hanno voglia di fare.

Potrei andare avanti nella narrazione. Ma lascerò parlare di seguito le foto e soprattuto il documentario “In memoria della tradizione” che ho prodotto. Un opera derivata dalle ore di interviste svolte a ridosso dell’evento principale, un progetto che attesta come la memoria storica tramanda ancora vocalmente sia “malta e roccia” per la costruzione e il passaggio di testimone di questa tradizione.
Ci tengo a dire una cosa ovvero che questi mezzi, foto e video, sono forse insufficienti per farvi capire a pieno cosa sia questa tradizione, per cui l’invito più vivo che faccio è quello di andare a vedere, se potete anche i giorni prima, cosa sono le farchie e soprattutto cosa rappresentano per i farchiaioli e i faresi in generale: La missione di una tradizione da portare a termine a tutti i costi.

Il Documentario completo “In memoria della tradizione”

Le foto